I precettori e la scuola privata

di Alessandro Claudio Giordano

In epoca moderna la società era strutturata semplicemente sulla base di due realtà assolutamente distinte tra loro. Quella nobiliare culturalmente di livello e la popolazione certamente indigente ed in percentuale importante analfabeta.

Fino al Settecento era piuttosto abituale lasciare ai precettori o agli istitutori privati l’educazione dei propri i figli, ma questo era possibile solo per le famiglie nobili o ricche. Tutti gli altri bambini non potevano essere istruiti e la maggior parte della popolazione era analfabeta, ossia non sapeva né leggere né scrivere. Nel medioevo l’istruzione e scolarizzazione, in Italia, era interamente fornita dalla Chiesa, principalmente per la preparazione del clero, anche se alcune delle scuole vescovili e cenobiali ammettevano come studenti anche alcuni laici. Così l’insegnamento elementare laico si sviluppò nel XII circa, grazie alla nascita di scuole sia private che comunali affidate ad un maestro per ogni scuola, che contava circa cento cinquanta allievi. Il maestro era pagato o totalmente dagli studenti o una parte dagli studenti e una parte dal comune. Oltre alle scuole comunali continuavano a crescere e svilupparsi le scuole di carattere religioso, nel Seicento furono fondati i primi collegi, ad opera dei gesuiti, che riprendevano i programmi delle scuole umanistiche rinascimentali, gli insegnamenti venivano impartiti in latino e la formazione era di altissimo livello, tanto che divennero scuole frequentate principalmente da ceti medio-ricchi. Nel Settecento vennero istituite le prime scuole pubbliche promosse e controllate dallo Stato: il primo stati italiano ad istituirne una fu il Regno di Sardegna. Tutto questo però coinvolse la parte meno nobile della  popolazione perché l’altra come già detto si legò in forma continuativa con l’istruzione dei precettori. Casa Savoia ha rappresentato per secoli con altre casate l’élite delle corti europee.


Il ritardo culturale della corte dei Savoia fu conseguenza di una più generale impermeabilità della cultura subalpina nei confronti dell’umanesimo, che venne in massima parte semplicemente « importato » attraverso il soggiorno piemontese di letterati di un certo rilievo ciò ebbe riflessi anche sulla qualità della scuola per i principi. L’attenzione dei Savoia per la formazione della propria famiglia fu importante ma vennero scelti educatori sui generis e non maestri che si erano distinti negli studia humanitatis. Spesso vennero coinvolti gli ecclesiastici incaricati della docenza in corte e della trascrizione di codici per i giovani Savoia. La maggior parte dei magistri impiegati in corte furono inoltre di origine francese, a differenza dei rampolli del ramo degli Acaia, i cui genitori si rivolsero perlopiù a maestri cisalpini. E questa condizione di origine accompagnerà per secoli il casato.   Un importante tentativo di inserire un letterato a corte, seppure più come oratore e diplomatico e non di maestro, venne deciso da Ludovico di Savoia, che, nel 1455, conferì la laurea poetica e il titolo di cavaliere aurato, insieme alla nomina a consigliere ducale, all’umanista Gian Mario Filelfo, professore di retorica presso lo Studio di Torino. Filelfo conosceva il latino ed aveva padronanza della lingua greca, competenza linguistica rara nei milieux culturali dell’area pedemontana nel medio Quattrocento. Questo umanista già negli ultimi mesi del 1457 abbandonò tuttavia Torino per il Monferrato diremmo meglio fu allontano poco attento alle indicazioni suggerite.  Per esser sinceri, il casato non brillò dì iniziative, cambiando spesso in corso d’opera precettori e programmi. Così i savoia decisero di rivolgersi a maestri in attività presso gli Sforza, casata unita ai Savoia da stretti legami familiari. Tra i Savoia che si recarono a studiare a Milano per soggiorni piuttosto lunghi, vi fu il primogenito di Claudio di Savoia-Racconigi, inviato nel 1471, ormai sedicenne, a perfezionare gli studi presso Gabriele Paveri Fontana, il quale riferì a Galeazzo Maria Sforza che il giovane gli era stato affidato dal padre “cum ferma deliberatione che staga apresso de mi in casa mia per dar opera alli studii de humanità”. Alcuni anni più tardi studiò a Milano anche il futuro Filiberto II di Savoia. Alcuni aspetti  della scuola presso la corte dei Savoia sono ricostruibili dai registri delle spese per l’acquisto di libri e dei materiali didattici e per il pagamento dei governatori e maestri. L’insegnamento ai giovani Savoia non era misto, i fratelli venivano infatti seguiti da diversi precettori a seconda del sesso, come peraltro accadeva anche nelle scuole urbane rivolte alle eminenti famiglie cittadine. La divisione per sesso nella scuola di corte sabauda sembra essere l’unico criterio distintivo adottato dai maestri, mentre l’età non ebbe un ruolo importante, come indica l’applicazione degli stessi programmi didattici a scolari di diverse età.

Per i primi rudimenti di lettura erano impiegati l’abbecedario – come quello, in legno, acquistato nel 1448 per il piccolo Filippo – e i Salmi penitenziali, insieme alla Bibbia e ai libri d’ore..Per un livello più avanzato vennero adottati i Disticha Catonis – un elementare formulario di sentenze etiche compilato nel tardo medioevo tra gli scritti dottati c’erano la Chartula, trattatello morale del XII secolo simile ai Disticha, e l’Isopet, adattamento medievale delle favole di Esopo. L’Ars minor di Elio Donato, testo ancora diffusissimo nell’insegnamento della grammatica latina nel tardo medioevo. Accanto a questi testi i maestri di corte compilavano loro stessi delle grammatiche, che venivano pagate al maestro con quattro fiorini di piccolo peso per il maestro, il corrispettivo di qualche euro attuale. L’insegnamento alle giovani di casa Savoia era gestito su programmi più ridotti rispetto a quello dei maschi. Gli esercizi di lettura erano praticati solo su testi religiosi. All’ età di quattro o si anni le bambine erano avviate alla scrittura. Quanto l’istruzione in corte abbia inciso sulla formazione culturale di queste nobili può essere rilevato dagli inventari dei loro fondi librari, anche se buon parte degli scritti eì in buona parte costituita da parti di eredità e  a tal proposito la principessa d’Acaia Bona di Savoia, morta nel 1432, lasciò una biblioteca di ventidue libri, in massima parte testi liturgici e religiosi. La raccolta libraria che Iolanda di Francia possedette alla fine degli anni settanta è di genere ben più vario: la settantina di opere comprende, insieme a libri religiosi, anche classici latini, testi teatrali, trattati moralizzanti e alcune opere in volgare, come un « livre de Dante en tuscan » o un « bel livre dit le Fillogue et tuscan » (il Filocolo di Giovanni Boccaccio). La chiusura nei confronti di altre realtà, come già ricordato, penalizzò il casato sabaudo sino in epoca moderna. Seppur con molti contrasti interni in epoca illuminista, alcuni sovrani riuscirono ad individuare un passaggio che avrebbe aiutato la corte sabauda a riaprire il confronto anche culturale. Ovvio che la crescita culturale portava in termini pratici ad una crescita politica e questo aspetto aiutò molto il casato sabaudo nei confronti di un’Europa da sempre restia a concedergli credito. Pe ciò che riguarda l’ìstruzione i Savoia seguiranno un percorso in assoluta autonomia, lasciando agli ordini religiosi come i padri scolopi, i somaschi, i barnabiti buona parte dell’istruzione scolastica primaria pubblica. Sarà Vittorio Amedeo II di Savoia che attuerà un vera rivoluzione istituendo le scuole laiche statali ed un apposito "Magistrato" incaricato di vigilare contro la possibile ingerenza di ordini religiosi nella materia e riformando anche i programmi scolastici dei giovani di corte. La figura del precettore venne ridefinita nei margini di intervento molto più ampi e nella figura più moderna e meno istituzionale, uscendo dalla caricatura di Pangloss, il precettore di Candido, nel libro di voltaire “... Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmoscemologia. Dimostrava in modo mirabile che non c’è effetto senza causa, e che, in questo che è il migliore dei mondi possibili, il castello di monsignore era il più bello dei castelli e la signora la migliore delle baronesse possibili. “E’ dimostrato” diceva “che le cose non possono essere in altro modo: perché siccome tutto è creato per un fine, tutto è necessariamente per il migliore dei fini. Notate che i nasi son stati fatti per portar gli occhiali, infatti ci sono gli occhiali. Le gambe sono evidentemente istituite per esser calzate, ed ecco che ci sono i calzoni…..”.Il precettore diverrà insegnante e pedagogo in buona parte libero di far crescere  l’individuo con i dubbi e le certezze che in contrasto arricchiscono tanto l’uomo.