Pedona: l'abbazia, il pellegrinaggio, il commercio

di Alessandro Claudio Giordano

Sarebbe difficile trattare la storia della città di Borgo San Dalmazzo senza coinvolgere l’abbazia benedettina. Di fatto Pedona ha rappresentato in epoca romana uno dei centri più importanti dell’intera area.

Le popolazioni che vivevano qui erano per lo più di origine gallica, ma nel 14 a.C. sotto Augusto, Pedona divenne un oppidum romano (una città fortificata). Il centro acquisì importanza sotto Caligola, il quale istituì un sistema doganale in Gallia Cisalpina.Pedona, così si chiamava il sito era posto alla confluenza di tre importanti vallate alpine (Vermenagna, Gesso e Stura). L’insediamento crebbe perché era un passaggio obbligato per traffico commerciale con la Gallia. A Pedona veniva riscossa la quadragèsima galliàrum, che era una tassa applicata alle merci in transito. Il borgo acquisì importanza sia per il commercio che per la religione cristiana che Dalmazzo con i suoi compagni iniziò a predicare nella zona. Il 5 dicembre Dalmazzo con alcuni suoi adepti fu però ucciso. Nonostante il suo martirio la devozione degli abitanti crebbe così tanto da portare alla costruzione di un sito dedicato al culto. Nel VII secolo per volere del re longobardo Ariperto la piccola chiesa fondata sulla tomba di San Dalmazzo fu oggetto di un importante intervento e trasformata in una abbazia con tre le navate. Fu affidata ai monaci Benedettini che di qui controllavano oltre cinquanta priorati e cappelle disseminati nella zona delle Alpi Marittime e Cozie, ma anche in Provenza e fino a Pavia. Distrutta e saccheggiata nel X secolo, la chiesa venne privata anche delle reliquie del santo trasferite a Quargnento nel 904 e ritornate solo nel 1174. Negli anni successivi il borgo divenne un punto di riferimento anche per il pellegrinaggio. Perse la denominazione di Pedona ed acquisì quella di Burgus Sancti Dalmacii in onore del santo. Un documento che attesta le dipendenze della Abbazia venne trovata anni fa. E’ la bolla papale firmata da Innocenzo IV all’abate Anselmo, risalente al 1246. Un patrimonio ridotto ma ancora consistente, oggi conservata nella Curia di Mondovì. La condizione certa nell’epoca medievale e poi anche in epoca più moderna era l’instabilità politica e quindi anche territoriale che condizionavano la quotidianità. Accadde così che l’intera area passò in mani più o meno fortunate. Nel 1438 dopo anni di crisi l'abbazia fu unita in via definitiva con la mensa vescovile di Mondovì. Qualche anno più tardi i francesi occuparono l’intera area ed intervennero sul monastero con opere di fortificazione che compromisero l’assetto architettonico dell’intero edificio. Negli anni successivi si cercò con interventi mirati di riprendere in continuità l’adorazione delle reliquie con la costruzione di una nuova teca che conteneva un frammento del cranio nel 1594. Passeranno ancora ate e lavorate nequasi duecento anni. perchè per volontà del vescovo Gianbattista Isnardi del Castello, si avviò il radicale restauro del monastero ed in quegli vennero ritrovate diversi oggetti e monili di epoca romana, questo a testimonianza dell’effettiva esistenza di Pedona come borgo romano. E’importante ricordare come da quanto recuperato la chiesa in epoca longobarda doveva essere molto ricca. Le parti in marmo venivano estratte in valle Gesso, trasportate e lavorate poco lontano dal sito della chiesa, i particolari floreali provenivano dalla tradizione longobarda. Come probabilmente era altrettanto ricca l’abbazia nel XII secolo, colonne e capitelli.

C’è un perché di una quasi ostentata ricchezza. L’intera area diremmo oggi borgarina era un punto di riferimento per la religione e l’assetto politico del tempo. In più come già detto era la porta alla pianura per chi si muoveva dalle vallate o per chi aveva superato i valichi alpini. Era molto alta la concentrazione di scambi commerciali. Questa era la chiave. Come già ricordato l’istituzione ecclesiastica fu importante anche nel determinare gli equilibri. Così per lungo tempo, soprattutto nel tardo medioevo questo è lo snodo nevralgico dell’area. Da un punto di vista religioso solo nel 1817 con l’assunzione a sede vescovile di Cuneo, Borgo pere il primato di centro religioso. Politicamente parlando dopo un interludio longobardo, l’intera zona fu attaccata dai saraceni che distrussero seminando il terrore. Solo intorno al X-XI secolo iniziò un lento processo di cacciata dei Saraceni che culminò la cui sconfitta definitiva del 985.

Le terre cuneesi furono divise  tra i signori piemontesi e il monastero decadde, perdendo il suo potere. I pochi abitanti rimasti dell’agro pedonese si strinsero attorno alla chiesa ricostruita di San Dalmazzo, e a poco a poco formarono il nuovo borgo. Come si è notato da quando è stata costruita la prima volta, tutte le vicende che si incrociano portano sempre all’abbazia, che rappresenta non solo un simbolo di devozione religiosa, ma è il punto di riferimento dell’intera comunità che nei momenti più difficili vi si stringe attorno. Borgo nei secoli passò in mano Angoina e poi saluzzese. Fu vittima per lungo tempo delle scorribande delle compagnie di ventura nate dalla diaspora della più grande, quella di Giovanni d’Armagnac venuto in Italia con diecimila uomini in soccorso dei cuneesi per far fronte all’esercito di Giovanni Visconti Gonzaga. Nel 1569 venne concessa l'istituzione di due fiere in occasione delle festività di San Giorgio e di San Dalmazzo, quest’ultima detta Fiera Fredda. Nei secoli successi Borgo mantenne la sua importanza politico commerciale così come l’abbazia la sua centralità in tema di devozione, unite dalla e per la comunità. L’esempio questo di un connubio tra religione ed istituzioni importante e duraturo di cui ancor oggi, con sfumature differenti, mantiene tutte le sue prerogative. E San Dalmazzo vestito da soldato della Legione Tebea a ripetere “Deo Duce Victor eris”, “Sotto la guida di Dio vincerai”.